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Sailor Fude de Mannen Stampa E-mail

Testo e foto di Giulio Fabricatore

Una piccola premessa

Questa penna occupa una posizione tutta sua nel panorama degli strumenti di scrittura occidentali: se la si guarda chiusa l’afermazione potrebbe suonare alquanto strana, perchè, si potrebbe osservare, questa penna non sembra avere nulla di “strano”. Basta però svitare il cappuccio e dare un’occhiata alla punta del pennino per accorgersi della “stranezza”: la punta dei rebbî presenta una piegatura netta, variabile, a seconda dei casi, fra una quarantina e una sessantina di gradi. In molti casi la reazione di chi si trova tra le mani una penna “fude” è: “Ohibò, questa penna deve essere caduta: ha il pennino tutto ammaccato! Adesso toccherà raddrizzarlo...” La spiegazione della faccenda è nel nome stesso del tipo di penna: “fude” significa, infatti “pennello” in giapponese. Come sa chi conosce qualche elemento di “sho-do” (l’arte calligrafica giapponese), la scrittura giapponese “di qualità” non può che affidarsi all’uso di un pennello, l’unico strumento che, correttamente usato, consenta la variabilità di tratto richiesta da questa arte raffinata. La stilografica costituisce uno strumento certamente comodo per noi occidentali: avendo dimenticato quasi del tutto il fascino e il significato della calligrafia non sentiamo certamente (più) il bisogno di una penna che consenta la variabilità del tratto, come testimonia l’uso universale e indiscriminato della penna a sfera! Un giapponese colto non può rassegnarsi a una perdita così grave: la stilografica sarà pure comoda ma, così com’è, non si adatta alla scrittura, quella vera (kanji, hiragana o katakana che sia...). La penna fude costituisce allora un punto di compromesso con le esigenze di un corretto “sho-do”. 
Il pennino “piegato”, infatti, consente, a chi sappia usarlo al meglio, di realizzare, con buona approssimazione, proprio quell’ampia variazione di tratto richiesta dall’arte calligrafica giapponese, come si cercherà di mostrare nel seguito.

Recensione Sailor Fude De Mannen

Sailor Fude De Mannen Pennino

Estetica e forma

La penna viene consegnata in una confezione di cartoncino alquanto approssimativa, peraltro completamente coperta di disegni illustrativi integrati da numerose scritte, indicazioni e consigli d’uso (forse?...), tutto rigorosamente ed esclusivamente ...in giapponese (ho preso da troppo poco la temeraria decisione di studiarlo!).
Come già osservato sopra, la penna ha l’aspetto di una comune stilografica “a forma di sigaro”: viene subito in mente la forte rassomiglianza con la “1911 Large”, tanto per restare in casa Sailor. 
Il materiale costitutivo è una resina di un blu scurissimo (facile scambiarlo per nero), piuttosto leggera: con il converter pieno la penna pesa appena 16 grammi (il solo cappuccio pesa 6 grammi).

Sailor Fude De Mannen Misure

La clip è priva anche del consueto anelletto metallico di fissaggio. Le cosiddette “rifiniture”, color oro, si riducono alla sola fascetta metallica a filo con la l’imboccatura del cappuccio, sulla quale è incisa la solita informazione rituale: sailor made in japan. D’altra parte, nell’esprimere valutazioni su questa realizzazione, sarà bene tener conto che si tratta di una penna dal costo intorno ai 30 €! Prescindendo da dettagli stilistici (improponibili in questa classe merceologica), bisogna riconoscere che la Sailor ha fatto valere anche in questo caso un certo “spirito di bandiera”: la penna appare stilisticamente ben curata al punto che risultano assenti dalla sezione le solite due tracce dell’operazione di stampaggio della resina. Come si può vedere dalle immagini, la sezione, apprezzabilmente rastremata verso il pennino, appare di lunghezza e diametro adeguati a consentire un’impugnatura confortevole, per nulla disturbata dalla presenza della filettatura per la chiusura del cappuccio.
La clip è di una linearità assoluta: estremamente lodevole questa scelta minimalista della Sailor, coerente con l’impostazione stilistica complessiva. La clip è dotata di un’ottima elasticità, che ne consente un uso comodo e sicuro.

Comodità d’uso

Senza cappuccio la penna è di circa 8 mm più corta della pur piccola Pelikan M205 (ormai assunta a termine di paragone per le penne “piccole”): si tratta, perciò, di una penna piuttosto “corta”. Chi ha le mani grandi sarà indotto/costretto ad usarla con il cappuccio calzato; il peso ridottissimo consente di adottare questa modalità “operativa” senza perdere in comodità. Della sezione si è già detto; giova tuttavia ribadire che, nonostante la modesta lunghezza, il diametro (di poco supriore ai 10 mm quello massimo) è sufficiente a garantire una presa confortevole. 

Il cappuccio si svita completamente in poco più di due giri; alla cura realizzativa delle filettature (sul fusto e nel cappuccio) va il merito di una operazione di chiusura (avvitamento) senza incertezze o giochi fastidiosi.

sailor-fude-de-mannen-recensione-aperta

La penna viene fornita con 2 cartucce (non universali ma in formato “proprietario” Sailor): chi (come me) voglia godere delle opportunità qualitative e cromatiche dell’infinita scelta di inchiostri disponibili dovrà munirsi di un converter (da acquistare a parte), pure questo (ovviamente) NON standard.
I pesi ridottissimi potrebbero diventare un problema solo per chi avverte il bisogno di una rassicurante consistenza “ponderale” della penna (come nel caso delle penne in metallo...).
La singolarità di questa penna non consente, tuttavia, di far ricorso a categorie solite per una valutazione complessiva (e definitiva) della comodità d’uso. Sfruttare le ampie potenzialità di questo particolare pennino o anche solo “costringerlo” a scrivere in maniera semplicemente conforme alla sigla “MF” incisa comporta posizioni di scrittura del tutto inusuali per il normale utente occidentale. Non si può che rimandare l’argomento ad una valutazione del pennino fude e di qualcuna almeno delle sue promettenti opportunità rispetto alle quali dichiaro e proclamo l’assoluta rozzezza dei miei ingenui tentativi: disponibile a mostrare quello che sono riuscito a fare!

 

Gruppo pennino e prova di scrittura

In una penna come questa, ancor di più che in altre, direi che il gruppo pennino rappresenta il cuore dello “strumento” e, insieme, un’occasione di sfida per chi osa avvicinarsi (con erocica incompetenza) al sofisticato mondo della calligrafia giapponese (il già evocato “sho-do”).

sailor-fude-de-mannen-gruppo-pennino

Il pennino è in acciaio, dotato solo di una leggera e approssiva patina dorata; privo di qualunque decoro, si limita a riportare (sotto il foro di sfiato tondo) due sole incisioni: l’àncora Sailor e un’indicazione MF che, in questo caso, appare di difficile interpretazione...
L’alimentatore è di plastica semitrasparente (grigia), capace di integrarsi perfettamente nell’essenziale estetica complessiva.
Ovviamente l’occhio va subito alla (per noi) inconsueta piegatura dei rebbî.
A tal proposito occorre fare una precisazione.
Il catalogo Sailor contiene (oltre questa, della quale ci occupiamo) due penne fude, estremamente economiche (da poco disponibili in Italia, almeno presso il solito Goldpen...), dotate di pennino con due diverse inclinazioni: 40° e 55° rispettivamente. La differenza nell’inclinazione comporta diversità di approccio e di risultati ottenibili: quello meno inclinato (40°) consente una gamma meno ricca di effetti (= larghezze) ma risulta più agevolmente gestibile da un principiante. La penna della quale ci occupiamo, dunque, dovrebbe essere destinata a mano certamente più esperta della mia, una mano capace di sfruttarne al meglio le potenzialità. Quel che segue è, perciò, solo un piccolo, sincero resoconto dei tentativi che ho fatto per avvicinarmi allo spirito di questo “strano“ strumento, che mi è sembrato appropriato utilizzare per tracciare almeno alcuni segni (in alfabeto “hiragana”) del giapponese che sto faticosamente imparando: se la mia scrittura”europea” è poco estetica, quella hiragana sono certo che farà inorridire i devoti della nobile arte dello “sho-do”! Chiedo umilmente perdono.
Devo ammettere, con assoluta sincerità, che questo mio impulso di curiosità è stato favorito in misura decisiva dal costo esiguo della penna: al costo una Pro Gear avrei trovato mille e una scusa per rinunciare! Ma veniamo alla prova d’uso.
Ho caricato la penna con un collaudato e (per me) molto familiare Parker Quink Blu: gradevolmente neutro, ben fluido ed estremamente “gradito” alla penna! La carta di supporto è la solita puntinata Fabriano Ecoqua: del tutto adeguata.
Non sarà male occorre ricordare che se si vuole un tratto sottile e abbastanza costante occorre tenere la penna quasi perfettamente in verticale, un po’ come i giapponesi tengono il “fude” (il pennello da scrittura).
La citazione dell’ormai solito frammento poetico indica, infatti, con tutta evidenza che la scrittura “ordinaria” presenta un tratto caratterizzato da una sostanziale “labilità”: piccole variazioni di inclinazione rispetto alla verticale producono risultati estremamente variabili. Chi, per decenni, ha usato “normali” stilografiche per decenni troverà davvero duro ad adattarsi alla disciplina richiesta per il controllo efficace di questo “attrezzo”.
Le solite prove evidenziano la grande (e potenzialmente creativa) variabilità del tratto. Non si segnalano nè false partenze nè salti o discontinuità di alcun genere. L’alimentatore si rivela abbastanza generoso di inchiostro, contribuendo a tempi di asciugatura tendenzialmente più lunghi della media. La prova dei tratti “in croce” (verticali e orizzontali) conferma la diversità di spessori che c’era da aspettarsi: se si vuole evitarla occorre rassegnarsi a un controllo severo e continuo dell’impugnatura. A tal proposito sarà bene ricordare che la difficoltà non risiede tanto nel tracciare un tratto sottile (penna verticale) o decisamente largo (penna inclinata di una cinquantina di gradi): la vera difficoltà sta nel cercare di mantenere per un pezzo una determinata larghezza, associata ad una inclinazione che non è affatto semplice conservare inalterata. E questo è importante non solo per chi usa la penna per scrivere ma anche (e forse anche più) per chi la usa per disegnare.
Il reverse writing appare quasi completamente privo di problemi: tratto quasi Extra Fine, perfettamente inchiostrato e regolare, con feedback presente ma estremamente limitato e ben tollerabile. Una condizione d’uso, quindi, che appare perfettamente praticabile e molto promettente per gli appassionati dell’ultra extra fine . Per questo pennino, di modeste pretese e più modesto costo, si può certamente parlare di una prestazione eccezionale!
Venendo al “tentativo” di scrittura domestica (per i nativi giapponesi), e prescindendo dalla orrida modestia dei risultati, ho voluto cimentare le potenzialità di questa penna con le esigenzee grafico/stilistiche (si fa per dire...) dei caratteri “hiragana” (gli unici ai quali, per il momento mi sono immodestamente avvicinato).
Ripetendo e rafforzando quanto già detto e previsto, la constatazione quasi ovvia è che questa penna può fare la differenza nel tentativo di avvicinarsi alle potenzialità grafiche ed espressive di un pennello: deve solo stare nella mano giusta (cioè: NON la mia). Ma credo che vorrete almeno apprezzare lo sforzo (ingenuo ma sincero...).
In conclusione: un penna difficile (se si considera il suo potenziale), impegntiva (se si considera la necessità di un esercizio serio) ma, allo stesso tempo un’occasione di sfida assai stimolante. Chi accetta la provocazione a cimentarsi su questo terreno (peccato per la mancanza di maestri o istruttori...)
avrà occasione di provarsi e divertirsi un sacco. Il tutto a un prezzo davvero accessibile. Buona scrittura, buon divertimento!

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